Articolo pensato e scritto qualche tempo fa. Se interessa
Molte pagine sono state scritte sul genio e sull’opera di Neil Gaiman.
L’artista, o meglio l’artista geniale, è colui che sa precorrere i tempi, dare risposta a domande non ancora esplicitate, vedere il meraviglioso ed il terribile dove non sembra esserci nulla; presumo che Neil Gaiman possa di diritto appartenere a questa categoria. Potrei addurre almeno un paio di validi motivi, probabilmente l’episodio più significativo rimane quello di aver precorso di quasi una decina d’anni quello che è attualmente il fenomeno editoriale più strabiliante della storia della stampa: Harry Potter.Nel 1990 qualche illuminata mente alla DC Comics chiede a Neil Gaiman di produrre un qualcosa che “metta ordine” nello sconclusionato “universo magico” della casa editrice americana; il che vuol dire prendere personaggi e situazioni nate in mezzo secolo di storia dei fumetti e riuscire a trovare qualcosa che li tenga insieme, che li faccia camminare sullo stesso mondo.
Riguardo a questa richiesta ci sono due considerazioni da fare: la prima è che Gaiman non è nuovo ad operazioni di “sistemazione”, lo stesso Sandman, il personaggio che lo ha reso famoso, è un restyling -decisamente pesante- di uno strano supereroe vestito di giallo e di rosso e dotato di maschera antigas, la seconda riguarda il concetto di “opera su commissione”; nel passato, anche non così remoto, era pratica comune produrre questo tipo di lavori per un’artista, il quale doveva poi ingegnarsi di trasformare gli apparenti limiti che la commissione impone in vere e proprie leve per la creatività, sicuramente Gaiman non ha dimenticato questo tipo di abilità.Dunque Gaiman si mette al lavoro, recupera quella che per tutta la durata della miniserie “The Books of Magic” verrà chiamata “la brigata in trench”, al secolo il truce John Constantine – che per inciso assomiglia assai poco a Keanu Reeves -, l’introspettivo Dottor Occult, uno dei primissimi eroi dei fumetti, antecedente a Superman tanto per intenderci, l’enigmatico Phantom Stranger ed il fanatico e cieco Mister E.
Ciò che principalmente accomuna questi personaggi, oltre all’immancabile trench, è l’essere in qualche maniera ‘maghi’; non supereroi dunque, ma veri e propri operatori dell’occulto; non molto altro in realtà unisce le loro vite.
E’ necessario quindi creare un nuovo personaggio, che faccia da fil rouge al gruppo, che crei motivo e finalità per questa “riunione di famiglia”: qui la preveggenza di Gaiman, unita all’induscutibile estro grafico di John Bolton, ha davvero dell’incredibile; Timothy Hunter è un ragazzo di 13 anni, capelli neri, scarmigliati, occhiali, magrolino, in tutto e per tutto il ritratto esatto di Harry Potter.
Certo la combriccola che viene ad avvertirlo del suo destino di mago è meno rassicurante di Albus Silente e compagnia, come assai più inquietante è il viaggio di Timothy alla scoperta del mondo magico. I toni ed i ritmi della narrazione sono quelli a cui ci ha abituato Naiman nel corso degli anni, struttura non strettamente lineare, personaggi caratterizzati in maniera talmente decisa da sfiorare il grottesco, ambientazioni che vanno dal cittadino/hardboiled al lisergico/horror metafisico.
Ciò che ancora una volta colpisce nel lavoro di Gaiman è il gran lavoro di ricerca e lo sforzo fatto per creare un substrato “credibile”, in grado di dare spessore ad una storia assolutamente fuori dall’ordinario.
Books of Magic è la storia per simboli di un’iniziazione adolescenziale. Gaiman dimostra di conoscere e di maneggiare la letteratura classica, i miti, le tradizioni europee come pochi altri autori – e non sto parlando di fumetti; Timothy incontra /si scontra con le sue responsibilità, con il lato più oscuro e più potente di se stesso.Timothy, nel corso del suo viaggio di iniziazione, viene guidato alla scoperta della storia della magia, passata, presente e futura, che, a ben guardare, null’altro è se non la storia del rapporto dell’uomo con la sua parte sacra, archetipica.
Se è vero che l’intera miniserie mantiene un livello narrativo di altissimo valore, due sono i passaggi che tolgono il fiato per potenza e qualità assoluta: l’incontro fra Timothy e un Merlino giovane, già potente e traviato dal suo stesso potere ed il meraviglioso finale, che vede Mister E., il mago cieco e fanatico, accompagnare Timothy fino ed oltre la fine del tempo.
Ed è proprio in questa occasione che Gaiman riesce in pieno a stupire; Mr.E. sfrutta il potere del giovane apprendista per superare le barriere del consentito, arrivando agli estremi del tempo e dello spazio;qui Timothy e lui incontrano gli stessi archetipi dell’esistenza, magistralmente rappresentati dagli Arcani maggiori dei Tarocchi, ed in una girandola di rimandi e citazioni, Hunter riconosce nell’Arcano del Matto lo stesso John Constantine, o meglio una sua sublimazione, o, ancora più correttamente, riconosce nel Matto il principio stesso, l’Idea di John Constantine. E Morte (Death, l’amata sorella di Sandman) arriva a chiudere il cerchio, a prendere Mr.E. e a rimandare indietro Timothy. Hunter ha finito il proprio viaggio iniziatico, ha conosciuto Morte – ed è sempre necessario quando si parla di Iniziazione – ha intuito i principi primi che sottendono ai misteri del mondo, ora può cominciare a vivere come Mago.Sia inteso, sono un gran fan di Harry Potter (e vedrò, nel caso mi fosse richiesto, di spiegarne i motivi), così come lo sono, per ragioni decisamente diverse, del Timothy Hunter di N.Gaiman.
Il rapporto che esiste fra i due personaggi è lo stesso che potrebbe esistere fra un quadro ed una foto, la realtà e la favola.
La questione non risiede nel “realismo” di Books of Magic (trattandosi di magia, potrebbe peraltro parere contradditorio), è piuttosto la valenza intrinseca, l’intenzione del racconto stesso a fare la differenza: Harry Potter è a tutti gli effetti una favola, con la valenza che le favole hanno avuto fin dall’antichità; è un racconto iniziatico, accompagna il lettore – ascoltatore bambino alle porte del mistero dell’adolescenza, facendogli scoprire che il mondo è magico, per sua stessa natura.
Books of Magic, al contrario, o meglio, parallelamente, è il racconto di UNA iniziazione.
Non ha l’intenzione di essere racconto iniziatico, non è in grado di parlare a chi cerca una iniziazione, a chi non ha inteso, o anche solo intuito, cosa sia, davvero, la magia. Detto questo, non so se la benemerita scrittrice di Harry Potter abbia mai letto Books of Magic – posso anche presumerlo, in realtà mi piace pensare che ricada tra le sincronicità care a Jung- ma la sensazione che se ne ricava è che Gaiman sia stato capace di raccontare la vera iniziazione di Harry Potter, prima ancora che la Rowling scrivesse la guida stessa a questa iniziazione.
