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santa.giovanna.(.neve.).

Nevica.
Ma non è di questo che voglio parlare.
Venerdì scorso sono andato a vedere “Santa Giovanna dei Macelli“, testo di Brecht, allestimento del Teatro Due Mondi.
Chi mi conosce sa che sono legato al Teatro Due Mondi in maniera personale ed indissolubile, ma proprio per questo non ho mai mancato di levare critiche, quando me ne pareva, a ragione o torto, il caso.
Non è. Il caso, voglio dire.
Lo spettacolo è semplicemente stupendo. Andiamo con ordine.
Il testo di Brecht è un “classico”, didascalico, pregno di intenzioni didattiche nei confronti dello spettatore, persino troppe.
Lungo, quasi infinito. Le figure che si stagliano con più potenza, nel testo, sono Giovanna, la giovane ed ingenua operatrice dei “Cappelli Neri”, Mauler, il ricco e spietato imprenditore, e la massa informe, sporca e disperata, dei poveri.
E questi sono gli stessi personaggi che ritroviamo nell’allestimento del Teatro Due Mondi, con la preziosa aggiunta di due elementi che diventano assotamenti fondanti: la neve e il canto.
Su un’ora e quaranta di spettacolo, un’ora e venti sono dedicate al canto, sempre in bilico fra sacro e profano, fra canto anarchico e magnificat, vero fil rouge dello spettacolo.
Filo che non diventa mai nè sottile nè troppo pesante, filo a cui ci si aggrappa con cuore e mente, patendo il dramma della discesa agli inferi/macello di Giovanna, fino alla non-risalita di Santa-Giovanna, inutilmente morta e portata in processione da coloro che consapevolmente l’hanno spinta a questo estremo.
La Neve compare oltre la metà dello spettacolo, pesante, come pesante può essere solo un maglio di acciaio, copre la vista dello spettatore, tutto diventa ombra, confusa, intirizzita…
Lo spazio d’azione è un corridoio, gli spettatori a destra e sinistra, a guardarsi quasi in faccia, ai due lati della strada in cui la manifestazione degli operai ha luogo.
Personalmente ho vissuto lo spettacolo quasi in apnea, sconvolto dalla potenza dei cori, dei silenzi, della misura che tutto l’impianto scenico, a partire dalla preparazione, quasi assoluta e assolutamente corale, degli attori fino all’essenzialità della scena.
Ritengo sia uno spettacolo da vedere, in grado di lasciare il segno, potente e preciso, di una lama sulla carne nuda.
Ancora giovedì e venerdì alla Casa del Teatro, ore 21.00.




oriente.marionette.kitano

bunraku
Lo ammetto, la mia ignoranza, già globalmente vasta, in campo cinefilo raggiunge dimensioni bibliche.
Di tanto in tanto tento di colmare, almeno parzialmente, questa enorme lacuna: ho dedicato il weekend al cinema di Takeshi Kitano.
Confesso di nutrire per tutto ciò che viene dal Giappone una sorta di reverenziale ammirazione, e devo dire che il buon Beat Kitano non ha fatto altro che incrementare questa sensazione.
Aldilà di tutte le considerazioni cinematografiche del caso, che sono decisamente aldisopra delle mie competenze, non ho potuto fare a meno di notare che il cinema di Kitano (per quel che ho visto: Zatoichi, Dolls, Brother, Sonatine) oltre ad essere ricco di riferimenti espliciti alle varie forme di teatro tradizionale giapponese, è strettamente -inconsapevolmente?- legato, per scelta di spazi, dialoghi, scene, accostamenti e discostamenti semantici, al teatro occidentale degli ultimi 30 anni.
Le storie diventano pretesti per raccontare altro, qualcosa che va aldilà della “semplice” psicologia dei personaggi, qualcosa che si collega al principio stesso del racconto, alla sua intima natura.
Tre scene indiscutibilmente parlano di questo: la tramutazione dei due vagabondi legati di Dolls nell’eroe e nell’eroina del teatro Bunraku, la regressione infantile dei gangster sulla spiaggia di Sonatine e il tip tap finale di Zatoichi.
Da vedere


Langhe, vino e canti

E’ bello tornare nella propria città e ritrovare d’incanto i motivi che ti hanno spinto ad amarla così profondamente, a dispetto delle mille cose che avrebbero dovuto fartela odiare.
Il teatro è sicuramente uno dei motivi che mi fanno amare Faenza.

A Faenza esiste il Teatro Due Mondi, con la Casa del Teatro. Loro il Teatro lo fanno, sul serio (ne so qualcosa, credetemi), Teatro come resistenza quotidiana.
Lo fanno e lo propongono, invitando, un po’ da tutto il mondo, gruppi, attori, registi, che col tempo son diventati amici, fratelli, compagni di viaggio.

In questi giorni il Teatro Due Mondi ospita e propone il Faber Teater di Chivasso.

Faber Teater ci ha raccontato due belle storie, amare e dense; quella di Bruno Neri, calciatore e partigiano, faentino e giocatore del Torino dei campioni, morto a Gamogna, sul finire di una guerra assurda eppure fatta di carne, sangue, fame e sudore, cose così solide e reali; l’altra storia raccontata dal Faber Teater è la storia del Vino di Langa, delle Donne di Langa, dei Patriarchi di Langa; storia anche questa fatta di carne, sangue, fame e sudore. E di canti. E vino.

Il teatro del Faber Teater è asciutto, fatto di narrazione semplice, di sedie, piccoli oggetti, fisarmoniche e violini; deve molto al terzo teatro, a tutti quei gruppi che in Italia e altrove negli anni settanta e ottanta hanno riscoperto la tradizione popolare, l’hanno smontata e rimontata, hanno viaggiato fino in India ad imparare il Katakali, e fino alle Langhe ad imparare i canti delle donne costrette a maritarsi per fare “appezzamento”.

Nel 2005 ci si potrebbe domandare se tutto questo abbia ancora un senso, o se invece sia diventato “genere”, forma cristallizzata - quindi morta - fatta di training duri, lavoro d’attore portato all’esasperazione, canzoni, sequenze, montaggi; una domanda lecita, che spesso trova triste riscontro, ma non penso sia il caso del Faber Teater.
Teatro fatto principalmente di entusiasmo, di linguaggio semplice, asciutto, per l’appunto. Teatro che non rivela, o almeno non troppo, il training degli attori, ai quali si perdona persino un eccesso di impostazione vocale, o un lieve tentennamento su alcuni passaggi musicali e fisici.

Poi ci sono alcuni meriti ascrivibili in senso assoluto al Faber Teater: lo spettacolo dedicato a Bruno Neri riesce a ridare ai calciatori, agli atleti in genere, una dimensione eroica (eroe vero, quello olimpionico, il maratoneta-guerriero, il lottatore divino) che oramai non è neanche più pensabile; eppure era realtà, è stata realtà.
In un’ora di spettacolo la figura umana di Bruno Neri, ragazzo schivo, amante della letteratura, innamorato della vita, del pallone, emerge in tutta la sua statuaria moralità. Commovente non è - o non è solo - la morte di Bruno, ma la sicurezza, triste all’inverosimile, che campioni del genere difficilmente torneranno a camminare su queste lande, oramai davvero in sfacelo.

Altro merito del Faber Teater è una certa vocazione alla coralità, ad un utilizzo quasi da “coro parlato” del testo-partitura. E’ quindi un teatro di narrazione corale, non, o non strettamente, fatto di personaggi, ma di più narratori.

Sono convinto che il Faber Teater crescerà, è un gruppo giovane, e gli auguro di mantenere quest’essenzialità, sincera e godibile, facile da ascoltare e difficile da dimenticare.
Gli auguro di non impantanarsi in spettacoli “difficili”, di non diventare teatro d’elite. Di rimanere, in buona sostanza, un teatro popolare di profonde radici, visi luminosi e voci giovani, anche quando tutti i componenti del gruppo giovani non saranno più.

p.s.
Rimane ancora un’occasione per vedere il Faber Teater a Faenza. Mercoledì 1 giugno al Parco Tassinari, di fronte al Rione Verde. Non mancate.


MorB(l)o(g)
Esoteric Philosophy, Computer Science and Rhum
Paranoie e pratiche quotidiane di resistenza banale.
Faenza, Italia | sempre più nuvolo | 21°C
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