E’ bello tornare nella propria città e ritrovare d’incanto i motivi che ti hanno spinto ad amarla così profondamente, a dispetto delle mille cose che avrebbero dovuto fartela odiare.
Il teatro è sicuramente uno dei motivi che mi fanno amare Faenza.
A Faenza esiste il Teatro Due Mondi, con la Casa del Teatro. Loro il Teatro lo fanno, sul serio (ne so qualcosa, credetemi), Teatro come resistenza quotidiana.
Lo fanno e lo propongono, invitando, un po’ da tutto il mondo, gruppi, attori, registi, che col tempo son diventati amici, fratelli, compagni di viaggio.
In questi giorni il Teatro Due Mondi ospita e propone il Faber Teater di Chivasso.
Faber Teater ci ha raccontato due belle storie, amare e dense; quella di Bruno Neri, calciatore e partigiano, faentino e giocatore del Torino dei campioni, morto a Gamogna, sul finire di una guerra assurda eppure fatta di carne, sangue, fame e sudore, cose così solide e reali; l’altra storia raccontata dal Faber Teater è la storia del Vino di Langa, delle Donne di Langa, dei Patriarchi di Langa; storia anche questa fatta di carne, sangue, fame e sudore. E di canti. E vino.
Il teatro del Faber Teater è asciutto, fatto di narrazione semplice, di sedie, piccoli oggetti, fisarmoniche e violini; deve molto al terzo teatro, a tutti quei gruppi che in Italia e altrove negli anni settanta e ottanta hanno riscoperto la tradizione popolare, l’hanno smontata e rimontata, hanno viaggiato fino in India ad imparare il Katakali, e fino alle Langhe ad imparare i canti delle donne costrette a maritarsi per fare “appezzamento”.
Nel 2005 ci si potrebbe domandare se tutto questo abbia ancora un senso, o se invece sia diventato “genere”, forma cristallizzata - quindi morta - fatta di training duri, lavoro d’attore portato all’esasperazione, canzoni, sequenze, montaggi; una domanda lecita, che spesso trova triste riscontro, ma non penso sia il caso del Faber Teater.
Teatro fatto principalmente di entusiasmo, di linguaggio semplice, asciutto, per l’appunto. Teatro che non rivela, o almeno non troppo, il training degli attori, ai quali si perdona persino un eccesso di impostazione vocale, o un lieve tentennamento su alcuni passaggi musicali e fisici.
Poi ci sono alcuni meriti ascrivibili in senso assoluto al Faber Teater: lo spettacolo dedicato a Bruno Neri riesce a ridare ai calciatori, agli atleti in genere, una dimensione eroica (eroe vero, quello olimpionico, il maratoneta-guerriero, il lottatore divino) che oramai non è neanche più pensabile; eppure era realtà, è stata realtà.
In un’ora di spettacolo la figura umana di Bruno Neri, ragazzo schivo, amante della letteratura, innamorato della vita, del pallone, emerge in tutta la sua statuaria moralità. Commovente non è - o non è solo - la morte di Bruno, ma la sicurezza, triste all’inverosimile, che campioni del genere difficilmente torneranno a camminare su queste lande, oramai davvero in sfacelo.
Altro merito del Faber Teater è una certa vocazione alla coralità, ad un utilizzo quasi da “coro parlato” del testo-partitura. E’ quindi un teatro di narrazione corale, non, o non strettamente, fatto di personaggi, ma di più narratori.
Sono convinto che il Faber Teater crescerà, è un gruppo giovane, e gli auguro di mantenere quest’essenzialità, sincera e godibile, facile da ascoltare e difficile da dimenticare.
Gli auguro di non impantanarsi in spettacoli “difficili”, di non diventare teatro d’elite. Di rimanere, in buona sostanza, un teatro popolare di profonde radici, visi luminosi e voci giovani, anche quando tutti i componenti del gruppo giovani non saranno più.
p.s.
Rimane ancora un’occasione per vedere il Faber Teater a Faenza. Mercoledì 1 giugno al Parco Tassinari, di fronte al Rione Verde. Non mancate.

