
Stavo sfogliando le “virgolette” (citazioni sparse e spesso imperdibili da e verso il mondo informatico) che ogni giorno Punto Informatico manda alla mia beneamata casella di posta; beh, improvvisamente me ne salta all’occhio una particolarmente significativa:
“abbiamo una conferenza su Videogiochi e Parallasse sociale”
(Qui, Quo e Qua - da “Paperino e i video-invasori” - 1984)
Ricordo benissimo la storia da cui la citazione è tratta, tanto più che l’ho ripresa in mano non più di qualche giorno fa. Ricordo che ai tempi della prima lettura avevo a malapena 10 anni, il mio primo computer vero in casa (leggasi Vic20, tramutatosi rapidamente in C64), e una voglia pazza di diventare “creatore” di videogame.
Erano tempi in cui i giochi li produceva dall’inizio alla fine un programmatore solo, al limite con l’ausilio di un grafico e/o un compositore di musichette.
Si aveva a che fare con macchine il cui stato temporaneo di memoria poteva essere globalmente trascritto su un foglio, senza neanche troppa pena.
L’impresa eroica era riuscire a far entrare un intero mondo in quella manciata di byte. Lo spazio infinito, catacombe atzeche, alieni baffuti, percorsi automobilistici, improbabili lottatori di karate, compressi fino allo spasmo.
Si arrivò, soprattutto per il c64, a livelli davvero incredibili. Turrican era una gioia per gli occhi, una scarica di adrenalina continua, con i suoi sprite animati, gli sfondi che si muovevano in parallasse, lo scrolling multidirezionale.
Poi, d’improvviso, come svegliandosi da un bel sogno, l’epoca d’oro del creatore solitario di videogame svanì. Lasciò il posto all’epoca dell’organizzazione aziendale, dei grandi progetti, dei computer sempre più potenti, delle produzioni miliardarie, del grande business.
Sparirono in buona parte le grandi idee, i produttori di hardware chiedevano alle case di produzione di videogame di trainare verso l’alto il mercato, altrimenti fermo al palo.
Sempre più memoria, più velocità, schede 3d, audio 7.1, rendering 3d in tempo reale…
Le macchine che abbiamo oggi tra le mani erano pura fantascienza solo 20 anni fa.
In compenso non sogno più di fare lo sviluppatore di videogame.
baf, vado a leggere una storia di Paperino, forse è meglio.
nanna.

Lo ammetto, la mia ignoranza, già globalmente vasta, in campo cinefilo raggiunge dimensioni bibliche.
Di tanto in tanto tento di colmare, almeno parzialmente, questa enorme lacuna: ho dedicato il weekend al cinema di Takeshi Kitano.
Confesso di nutrire per tutto ciò che viene dal Giappone una sorta di reverenziale ammirazione, e devo dire che il buon Beat Kitano non ha fatto altro che incrementare questa sensazione.
Aldilà di tutte le considerazioni cinematografiche del caso, che sono decisamente aldisopra delle mie competenze, non ho potuto fare a meno di notare che il cinema di Kitano (per quel che ho visto: Zatoichi, Dolls, Brother, Sonatine) oltre ad essere ricco di riferimenti espliciti alle varie forme di teatro tradizionale giapponese, è strettamente -inconsapevolmente?- legato, per scelta di spazi, dialoghi, scene, accostamenti e discostamenti semantici, al teatro occidentale degli ultimi 30 anni.
Le storie diventano pretesti per raccontare altro, qualcosa che va aldilà della “semplice” psicologia dei personaggi, qualcosa che si collega al principio stesso del racconto, alla sua intima natura.
Tre scene indiscutibilmente parlano di questo: la tramutazione dei due vagabondi legati di Dolls nell’eroe e nell’eroina del teatro Bunraku, la regressione infantile dei gangster sulla spiaggia di Sonatine e il tip tap finale di Zatoichi.
Da vedere
Oggi ho acceso una vecchia radio valvolare, appartenuta a mio nonno…
Mentre girovagavo per quel desueto etere che è la trasmissione in onde medie, mi imbatto in un cinese che, ostentando un italiano perfetto dal punto di vista grammatico e sintattico, incespicava più volte nella pronuncia, mentre felice mi raccontava di un film cinese la cui intenzione è rappresentare la realtà storica del kung fu per quel che è.
Ho scoperto poi che si tratta di Radio China International, che trasmette dagli anni 60 anche in lingua italiana.
Esiste anche un (bel) sito: http://it.chinabroadcast.cn
Lo so che è futilità, ma una vecchia radio a valvole che mi sputa fuori un cinese spiegantemi l’arte di rappresentare il kung fu al cinema in una - per fortuna - assolata domenica d’autunno non è una cosa da tutti i giorni.
No, proprio no.